Siamo stati chiamati in numerose città d'Italia a parlare dell'impegno unitario dei cattolici a Seveso e a raccontare ciò che stava succedendo: il dramma della diossina, ma anche la posizione che la Chiesa locale aveva assunto. Con emozione, in queste città dove ci recavamo per incontrare gente e testimoniare la nostra vicenda ritrovavamo affissi ai muri il manifesto "la vita continua". Manifesto nato come giudizio sintetico su quanto stava succedendo e come programma, parole guida, a cui ispirarsi nell'azione di tutti i giorni.
L'avevamo pensato destinato per i nostri paesi coinvolti: Seveso, Meda, Cesano Maderno, tutt'al più Desio e Seregno. Invece è stato tale l'interesse suscitato dalla questione Seveso in tutta Italia che si sono succedute le richieste di manifesti da parte di tantissime città. Come Ufficio decanale abbiamo pensato che fosse cosa buona e giusta diffonderlo. Così ci siamo organizzati per la sua distribuzione.
Seveso, la vita continua [agosto 1976]
Nel luglio del 1976, nel periodo della nube tossica di Seveso, stavo finendo gli esami di maturità dell’Istituto d’Arte ed ero prossimo al mio diciannovesimo anno d’età. Quando Fiorenzo Tagliabue, una figura di spicco della comunità di CL a Giussano, mi chiese di impaginare un manifesto di giudizio su quanto accaduto, mi sembrava un compito al di sopra delle mie capacità.
Per di più i tempi di realizzazione e i vincoli grafici erano abbastanza stringenti: un paio di giorni per trovare l’idea e massimo due colori per il bozzetto perché nel movimento non c’erano grandi mezzi. Il testo era stato scelto: doveva affermare che a Seveso la vita andava avanti, anche se una multinazionale aveva distrutto e se la politica dell’epoca voleva usare di quel dramma per forzare il parlamento all’approvazione di una legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.
Due anni prima il referendum abrogativo della legge sul divorzio aveva visto la sconfitta del fronte cattolico, e la legge 194 arrivò poi nel 78. Cercai una soluzione che facesse solo da cornice al testo, che mi sembrava il vero cuore del manifesto.
La nube tossica era rosa, ma la cultura che in quegli anni attaccava con sempre maggior violenza l’identità cristiana era piena della deriva ideologica marxista, perché va ricordato che il 1976 fu anche l’anno del primo grande processo alle Brigate Rosse. Quindi disegnai in rosso il profilo di una fabbrica e di una nube, che si ribaltava in negativo in un fondo bruno scuro, il colore della terra.
Nella terra ci sono le radici, e oggi come allora sono convinto che ricostruire un’identità popolare in Italia passa dal recupero delle nostre radici cristiane. Alla fine la soluzione grafica doveva solo essere un evidenziatore a parole che, all’epoca come ai nostri giorni, vanno decisamente controcorrente.
Paolo Molteni


